Premessa
Gli avvenimenti descritti – seppur incredibili – non sono frutto della fantasia di chi sta scrivendo.
La gravidanza in generale Ottobre – Luglio
Dopo la prima esperienza, questa è passata in sordina sotto numerosi aspetti. Ovviamente. Come diranno tutti e non smetteranno di ripetere neanche dopo il parto: “eh, il secondo è un’altra cosa”.
In effetti sono stata così spericolata da sbucciare la frutta senza averla lavata con l’Amuchina. Oppure mangiare qualsiasi ortaggio cotto senza averlo prima sciacquato numerose volte in acqua e bicarbonato. Per il resto mi sono mossa esattamente come sentivo di poter fare. Infatti, venerdì 11 luglio sono andata a cena fuori con delle mie amiche, nonostante avessi lamentato qualche contrazione durante la settimana e la mia fidatissima ginecologa mi avesse scollato la sera prima.

Ultime ore di attesa
Cena perfetta con tavolo prenotato in una trattoria sotto casa. Mangiamo, chiacchieriamo, ci confessiamo. Saliamo da me, così libero Manu che voleva andare al cinema, tanto Matilde dorme. Passano i minuti, continuano le chiacchiere e tornano le contrazioni… Niente di che. Riuscivo ancora ad ascoltare la conversazione.
Passano i minuti, continuano le chiacchiere ma noto che le contrazioni iniziano a ripetersi con regolarità. Smetto di tenere il segreto e in 4, in salone, a casa mia, cronometriamo durata e intervalli.

“Eh, il secondo è un’altra cosa”
Questa volta sapevo di non dover aspettare per andare in ospedale proprio perché la via era già stata battuta, per questo quando inizio ad avere contrazioni ogni 8-9 minuti, decido di scomodare Manu dalla visione del film.

Arrivata in Pronto Soccorso al Sant’Anna, mi presento dando le informazioni che mi sembravano più essenziali: contrazioni e futura madre di 2. Mi visitano, mi prendono i parametri, mi attaccano al triage, una bella parola per dire che mi mettono una fascia con un elettrodo sulla pancia per misurare movimenti fetali e contrazioni.

Dopo 45 minuti, la visita ricevuta lasciava il tempo che trovava:
Dottoressa di guardia: “Signora, ma lei quanto male ha da 1 a 10?”
Io: “7-8?”
Dottoressa di guardia: “E allora torni a casa, si prenda un Buscopan. Se dovesse rompere le acque ovviamente non attenda a tornare.”
Così, senza avere una scala di valore ben precisa con il mio 7-8 di dolore e dilatata di 4 cm, alla mia seconda gravidanza, mi hanno dimessa per un ipotizzato falso allarme.
Piena di stanchezza, dolorante a intermittenza, rientro in casa verso le 2.30 di notte con la sola speranza di riuscire a chiudere gli occhi. Questo dopo essermi calata 3 pastiglie di Buscopan su imitazione dei personaggi di film americani che non vanno a letto senza dei buoni sonniferi e una spalmata di crema sulle mani.
Il dolore non passava.
Alle 3.30 avevo già fatto 7 docce, l’acqua calda era l’unica cosa che mi riusciva a dare sollievo quando arrivavano le contrazioni, ma poco dopo con la stessa rabbia con cui Hulk si trasforma, chiedo a Manu di tagliarmi la pancia con la rotella della pizza. Esausta. Non vedo la fine di quel calvario e Manu, non sentendosi in grado di farmi un cesareo con quei pochi strumenti da cucina che possediamo, chiama l’Ambulanza.
Ore 4.30 arriva l’Ambulanza a casa, citofonano e svegliano Matilde – ci mancava solo questa – mi prendono i parametri, mi visitano (= l’infermiera mi ha calato le mutande e ha dato un’occhiata con il mio consenso). “Non c’è tempo da perdere!”
Mi fanno prendere trolley, cartella clinica, borsetta, documenti e corriamo in ospedale. Scendo aggrappata alle spalle dell’infermiera a cui avevo già chiesto almeno 4 volte di tagliarmi e vedo che avevano parcheggiato l’ambulanza a quasi un isolato di distanza: “Ma siete scemi?” è l’ultima cosa che sono riuscita a non pronunciare per educazione.
Salgo in ambulanza. La ragione non mi assiste più, la mia irriverenza lo dimostra.
Arriviamo al Sant’Anna e mi aprono le porte dell’ambulanza le stesse stronze che mi avevano dimessa un paio d’ore prima.
Al limite di un TSO urlo loro che adesso mi dovevano tagliare.
Rispondono: “Ma nooooo, come tagliare, lo ha già fatto!!!”
Impazzisco. Alterno scuse a parole taglienti. Ammetto di non essere così nella realtà ma il dolore mi stava mandando “fuori” e una (forse infermiera) mi prende la mano e mi dice “Siamo fuori insieme!!!” frase che non fa altro che farmi desiderare di passare alla violenza fisica.

Sento chiamare un’ostetrica a disposizione.
Mi portano in carrozzina in sala parto e messaggio Manu:

In Sala Parto conosco Alessandra, ostetrica di esperienza non solo per l’aspetto ma mi ha detto che faceva quel lavoro da 30 anni o simili. Io ripeto la storia del cesareo pur sapendo che mai nessuno mi avrebbe accontentata, ma la speranza mi teneva sveglia e lei, con tutta la calma del mondo mi dice: “Guardo un attimo la situazione ti dispiace?” Come se potessi o volessi poter dire di no in quel momento…
“Novella ti chiami giusto? Io non ti conosco, non so come spingi e com’è andata l’altra volta, ma io qui vedo che se spingessi male finiremmo in 20 minuti”
È con queste parole, le uniche che forse volevo sentire, che si ribalta totalmente la situazione. Cambio voce, cambio testa, come una schizofrenica che torna nel personaggio buono rispondo: “Ah! 20 minuti?”
Alessandra mi riconferma il numero. Anche quella “Fuori insieme a me” rafforza la bravura dell’ostetrica. E senza aspettare troppo ho iniziato a spingere.
Ore 5.09 del mattino: “Eccolaaaaaaa mamma!!”
È finita. Alessandra ha mantenuto la parola data, anzi mi ha quasi sottovalutata e mi chiede: “vuoi tagliare il cordone ombelicale?” Potevo mica tirarmi indietro… e come nelle scene migliori con Nicolas Cage protagonista, mi sollevo sanguinante, con la bambina sporca in braccio, ancora collegata a me (situazione disgustosa) e zac.
È iniziata così la storia tra me e la secondogenita, che subito si è rivelata proprio come una fiamma piccola ma vivace.








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