Allattamento: che fatica.

Nuova esperienza.
Parlare di allattamento penso sia un tema caldo quanto questi giorni d’estate perché dietro c’è un grande dibattito su allattare al seno o preferire il latte artificiale.
Mi spiego meglio: subito dopo il parto, dolorante e provata dall’espulsione di un neonato che ha appena usato una passaporta fino a quel momento chiusa, ti chiedono: “signora vuole allattare?

Decisone che cambierà il corso delle proprie giornate e non solo. Toccherà l’umore, la dieta, gli spazi e l’intimità. Ma io per non sbagliare ho sempre risposto: “ci provo”.

Figlia numero 1
Lei troppo piccola, io troppo neofita. Non ci siamo trovate.
Lei a stento si attaccava e io – invece di trasformarmi in una nonna pugliese che non accetta un No come risposta, quando si tratta di cibo – non ho insistito troppo e ci ho tolte dall’imbarazzo di un’esperienza forzata.


Il nostro rapporto con l’allattamento è durato un paio di mesi e si identificava in un appetizer prima del biberon e – attenzione – lei è cresciuta lo stesso, non si è ammalata esageratamente, mi chiama ‘mamma’ e mi cerca in qualità di persona che provvede ad ogni sua necessità.

Figlia numero 2
Altro giro altra corsa, “ci provo”.
Lei si è attaccata come se sapesse cosa fare e io, ormai senza indugio, la maneggiavo come una bambola e ho scoperto l’altra faccia della medaglia.


A differenza del latte artificiale, le cui dosi sono misurate in modo da poter saziare il neonato, con il latte materno questa certezza non si ha: quanto avrà mangiato? Non ho risposta. Anche il tempo di ogni sessione non è un parametro sul quale posso basarmi: ci sono state volte in cui dopo un quarto d’ora sembrava soddisfatta e delle volte in cui ogni ora piangeva perché ne voleva ancora. Ma fosse solo questo…

Non posso mentire: tra le cose che più mi disgustano c’è il liquido che perde il formaggio, il siero della mozzarella, il caglio, l’odore del formaggio andato a male. Che mi esca del latte dai capezzoli – per me – è terribile anche se è una cosa “naturale”.

Dinamiche di allattamento

Dopo la famosa risposta del “ci provo” succede che un’infermiera prende il neonato, il tuo seno e glielo mette in bocca come se fosse uno strumento.

Il corpo grazie a questo gesto – un po’ forte – capisce che deve iniziare la produzione di latte e che il peggio è finito, quindi l’utero inizierà a contrarsi tutte le volte che il neonato ciuccerà, per tornare alle sue condizioni originali. Per certi versi ho pensato fosse una tattica di dolore combinato per distrarre dalla masticazione dei capezzoli. Comunque, dopo un paio di giorni in cui il neonato sembra si nutra di solo amore e poche gocce di colostro arriva quella che viene chiamata ‘montata lattea’. Come una trasformazione, come l’acquisizione di super poteri, come quando viene sciolto un incantesimo e la bestia si trasforma in Bello. In pochi istanti il seno si riempie di latte e iniziano “i dolori”.

I capezzoli si trasformano da zona erogena a una parte del corpo potenzialmente masticabile e dalla sensibilità ridotta.

La reperibilità diventa totale e le tette che ho sempre tenuto “coperte” oggi vengono mostrate pubblicamente quasi quanto la mia faccia. E diversamente dalla numero 1, la numero 2 non vuole il ciuccio, così non solo la nutro in questo modo ma sono anche una coccola vivente. Non comodissimo dovendomi dividere per due.

Inoltre, molti non ci faranno caso – beati coloro che ignorano – se prima dovevo scegliere come vestirmi sulla base di quanto fosse grande la mia pancia, adesso ricerco look spezzati per non dovermi denudare completamente. Una fase di continue limitazioni a cui aggiungo il non poter bere alcolici che forse avrebbero soppesato i miei disagi.

A questo punto molti diranno e lo hanno fatto “perché non smetti?”. Infatti.

Da eterna indecisa quanto sono ho optato invece per una via più blanda, per non sprecare nessuna alternativa. Ho comprato il latte artificiale e ho sempre un biberon pronto con me. Questo mi consente di poter mostrare le mie tette a chi voglio, bermi un drink e farmi dare il cambio da chiunque sia in grado di tenere in mano un biberon. Forse sarà una situazione ibrida ma sicuramente oggi sono quelle che vanno per la maggiore. A chiunque mi chieda, perché quando diventi madre attrai altre madri e ci sono solo più racconti di esperienze estreme, dico sempre di trovare la soluzione più comoda per sé, tanto i figli appena nati sono delle madri.

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About

Novella Ferrandino, nata a Torino nel 1991. Presa da un momento di profonda intraprendenza, alla fine del 2024 ha aperto enne.blog, un blog a metà tra un diario personale e un contenitore di esperienze. Dopo aver militato nel mondo delle agenzie creative e aver lavorato come copywriter e social media manager, dal 2025 Novella ha deciso di cambiare vita e diventare freelance. Vive a Torino con la sua famiglia così composta: marito, figlia numero 1, figlia numero 2.
Le piace viaggiare – banale – ma solo se ha la certezza che ci sia il bagno in camera, definendosi lungimirante. Le piace mangiare cose buone – banale 2 – ma solo se ne vale davvero la pena, perché ha un metabolismo lento e non vuole sprecare ore in palestra per un piatto cattivo. Recentemente è diventata madre ma ci tiene a precisare che non ha mai cambiato lo screensaver del telefono per mettere una foto delle bambine. Si sta barcamenando invece con gli aspetti di questo nuovo ruolo, cercando di tenere in equilibrio la sua identità di sempre con le responsabilità di oggi.

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