C’è un prima e un dopo che nessuno ti spiega davvero. Un confine invisibile che attraversi nel momento esatto in cui nasce un figlio. Da un giorno all’altro la vita cambia faccia, ritmo, voce. Cambia persino il modo in cui ti chiami: dopo che inizierà a interagire con altri bambini il tuo numero di telefono verrà salvato con un lungo complemento di specificazione “la mamma di…”. Nome proprio abolito, come nei monasteri.
Nel mio caso è stato un vero e proprio strappo temporale. Prima c’erano io, il mio lavoro, i miei progetti, poche ma buone serate. Poi, all’improvviso, un essere minuscolo e totalizzante ha riscritto ogni priorità. Non è stato solo imparare a dormire meno o a organizzare le giornate in base alle poppate, o prepararsi a fare una passeggiata con tutto l’occorrente per poter rimanere fuori anche 24 ore consecutive. È stato mettere me stessa in pausa, convinta che fosse giusto così. Convinta che fosse temporaneo.

Come spesso accade, però, il “per ora” è diventato “per anni”.

Ho stretto i denti. Ho resistito. Mi sono detta che non era il momento di guardarmi troppo dentro, che sarebbe passato. Anche perché, nel frattempo, aleggiava un altro pensiero: il secondo figlio. L’idea che non avesse senso uscire dal tunnel se tanto sarei dovuta rientrarci a breve. Meglio restare lì, in apnea controllata, rimandando tutto: desideri, ambizioni, persino domande scomode “a 35 anni sarò in tempo?”
E così ho fatto. Ho aspettato. Ho tenuto duro. Ho vissuto in modalità sopravvivenza emotiva, raccontandomi che era amore, che era dedizione. E attenzione: lo è stato davvero. I figli sono un bene prezioso. Un amore che ti cambia la pelle, che ti rende capace di cose che non immaginavi, che ti sposta il baricentro dell’esistenza. Ma l’amore, quello vero, non dovrebbe mai cancellare.
Così, alla fine del 2025 ho capito che il mio buon proposito per l’anno nuovo – oltre a struccarmi tutte le sere – non era fare di più, ma fare meno. In particolare: smettere di fare la mamma. O meglio, smettere di fare solo la mamma.

Ritrovarmi è diventata una necessità, non un capriccio. Ritrovarmi nel lavoro, dove per troppo tempo ho abbassato l’asticella, accontentandomi, rimandando sogni professionali “a quando le bimbe saranno più grandi”. Ritrovarmi nella vita privata, dove ho lasciato che le relazioni ruotassero esclusivamente attorno ai bisogni degli altri. Ritrovarmi nel tempo, che non deve essere solo utile, ma anche mio.




Prometto che non amerò meno ma alle mie figlie – soprattutto perché sono femmine – vorrei insegnare che una donna non si esaurisce nel suo ruolo di madre. Questo 2026 non è l’anno in cui smetto di essere madre. È l’anno in cui smetto di scomparire dietro quel titolo. È l’anno in cui rimetto il mio nome accanto a quello delle mie figlie. Nel lavoro, nelle scelte, nei desideri, nei sogni che avevo parcheggiato in doppia fila e che adesso devo necessariamente spostare.
Smettere di fare la mamma, per me, significa finalmente tornare a essere una persona intera. E no, non mi sento in colpa. Mi sento pronta.







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