Vorrei presentare il contesto prima di tutto. Sono madre di due figlie femmine, hanno un anno e mezzo di differenza – 19 mesi per l’esattezza non voglio esagerare – un tempo ridotto per dire “ma lo sai che con la primogenita proprio non mi ricordo com’era andata?” Che poi, anche se non mi ricordassi, della primogenita ho attimo per attimo sul telefono per cui pago un abbonamento di €2,99 al mese per conservare una sequenza di lei che starnutisce. Tutto fedelmente riportato. E soprattutto tutto paragonato. Questa è la maledizione della seconda figlia.
L’unico pregio di cui gode è la sicurezza di tutti i miei movimenti e delle mie reazioni quando manifesta delle necessità, anche se ogni figlio è un pianeta nuovo da esplorare. Così lo svezzamento è stata un’esperienza vissuta diversamente.
“A sei mesi si inizia”
Lo dicono tutti. Lo dice il/la pediatra. Lo scrivono sulle confezioni dei preparati, delle pappe, dei fruttini, degli omogenizzati. A sei mesi si inizia, quando stanno seduti bene. E così, il giorno del compimento dei sei mesi di Fiammetta, il 12 gennaio, l’ho seduta sul seggiolino e mi sono presentata con un cucchiaino in mano e uno yogurt alla vaniglia. Come se dovesse sapere cosa fare, ci sono rimasta male che non aprisse la bocca entusiasta di provare qualcosa di nuovo.
Entrambe abbiamo imparato una cosa nuova: Fiammetta a serrare la bocca, io che “iniziare” è una parola molto ottimista.
Il problema non era il cibo
Il problema non era il gusto. Era il cucchiaino.
Ci siamo fermate molto prima di arrivare al gusto, Fiammetta non apriva proprio la bocca oppure spingeva fuori il cucchiaino con la lingua quando provavo a insistere. In effetti passare dal biberon di latte — caldo, morbido, rassicurante — a un oggetto di plastica che entra in bocca non è esattamente un passaggio naturale. Ma chi ci aveva pensato prima di quel momento? Non io. Infatti ho insistito, in qualità di madre dell’anno ho sfruttato quel momento in cui i bambini piangono con la bocca aperta per ficcare quel dannato cucchiaino in bocca e far scivolare gusti diversi nella gola di mia figlia. Tecnica poco elegante ma speravo si arrendesse. Ma ovviamente non l’ha fatto lei.
La pausa
A un certo punto, esausta dalla situazione perché – in generale – che mia figlia abbia fame o non mangi mi provoca un certo nervosismo, sono andata dalla sostituta in carica della mia pediatra con una sola domanda: che faccio?
La sostituta, forse per rassicurarmi sulla preparazione ricevuta negli anni, mi ha attaccato una pippa infinita sull’importanza e la delicatezza di questo momento. Su come il latte restasse l’alimento principale, sul come proporre il cibo, ecc., per poi concludere con:
“Non insista, essendo femmina, potrebbe causarle dei disturbi alimentari durante l’adolescenza”.
Impazzisco.
Mancano 14 anni alla sua adolescenza ma come ci arriviamo se beve solo latte?
Mi sono attaccata al telefono e ho letto 108 esperienze di madri che avevano avuto problemi durante lo svezzamento, bambini arrivati fino ai 13 mesi a non mangiare niente di diverso se non il latte materno o simili. Così, determinata a non rassegnarmi o per lo meno a non arrivare ai 13 mesi (1 anno e 1 mese di età) solo con il latte, ho giocato di strategia. Mi sono fermata. Niente pappa, continuiamo pure solo con il latte. Non insisto. Ma come il pilates al muro, almeno 5 minuti al giorno il cucchiaino glielo proponevo. Una volta apriva la bocca, una volta girava la testa, una volta piangeva e una volta arrivavamo a mangiarne metà.
Quando il cucchiaino diventa un amico
Dopo due settimane il cucchiaino non era più un intruso. Era diventato familiare. La pappa era ancora solo un’opzione ma il progresso era visibile. Dovevo inserirla al nido però. Lo svezzamento è una cosa che non viene richiesta ma ci tenevo ad avviarlo in modo da lasciar gestire agli altri solo le quantità di cibo. Invece l’ho mandata con un biberon di latte per le urgenze. Biberon che mi è stato restituito dopo una sola settimana: “Fiammetta mangia tutto, vede gli altri”.
Comunque dopo tre settimane lo svezzamento è partito davvero. Non solo con le pappe, ma anche con consistenze più da grande. Non si sa come, senza denti mangia di tutto. Come se il vero ostacolo non fosse il cibo ma il cambiamento.

La seconda maternità insegna una cosa
Con la prima figlia è stato fatto tutto subito. Volevo fare bene. Rispettare i tempi, le regole. Seguire le indicazioni.
Con la seconda capisci che i tempi sono dei bambini. E che a volte basta davvero poco:
cinque minuti al giorno e un cucchiaino che smette di fare paura.
Alla fine lo svezzamento è partito
Non con una grande partenza. Non con una pappa finita tutta. Ma con un piccolo cambiamento. E come spesso succede con i bambini, una volta partiti…
non si fermano più e chiedono il bis!







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