Manu: “Prossima estate vado una settimana in America per i mondiali di calcio”
Io: “Prossima estate firmi i documenti del divorzio. È dal mio compleanno dei 30 anni che dobbiamo andare a New York! Da quando mi hai regalato la Lonely Planet c’è stata una pandemia, ci siamo sposati, avuto una bambina e ne aspettiamo un’altra. Vedi tu…”
Manu: “Andiamoci adesso allora.”

Dopo 8.45 ore di volo preso a Milano Malpensa siamo atterrati all’aeroporto John Fritzgerald Kennedy di New York. Qui ci troviamo indecisi su come arrivare in hotel: prima treno e poi metro con passeggino, 2 bagagli mezzi vuoti da stiva, due zainetti e un trolley per Matilde – dandoci un’aria ancora più spartana – o taxi diretto da ricchi? Abbiamo scelto la strada più genitoriale di comfort e preso un Uber. Con il conducente ci siamo persino scambiati il numero di telefono per farci venire a prendere al ritorno e riportare in aeroporto. Quindi, consiglio gli Uber con cui concordare già il prezzo. Con la Metro non abbiamo avuto una bella esperienza, le stazioni in cui ci siamo serviti erano veramente vecchie e non attrezzate con ascensori per il passeggino, quindi Manu si è tonificato le braccia, invece di pensare sempre alle gambe. Inoltre il passeggino non passava dai tornelli di entrata e si doveva richiedere un “accesso” speciale a una persona autorizzata ad aprire un passaggio. Insomma, per essere una metropoli di queste dimensioni l’abbiamo trovata fintamente all’avanguardia sulla questione Metro e trasporti.
Comunque.
Come ogni volta che cerco io dove prenotare finiamo in un posto top per posizione e comfort. E, a parte le code agli unici due ascensori che dovevano accompagnare gli ospiti per 36 piani e l’assenza di un telefono doccia mobile, noi all’Holiday Inn – Time Square ci siamo stati bene, a un prezzo onesto.

Ed ecco che vestiti di tutto punto per approfittare della giornata di sole e dare inizio alle visite del mio personalissimo Programma Birthday NY 2025:
The wall Street Journal
Cattedrale San Patrizio

Moma, qui ci siamo arrivati un quarto d’ora prima dell’apertura e abbiamo aspettato nella hall facendo tappa bagno e pannolino. Orario meraviglioso perché quando abbiamo potuto iniziare la visita eravamo praticamente solo noi e una decina di persone. È stata una semi visita privata per un’oretta. Consiglio con tanto di elenco di opere da non perdere al quale mi sono ispirata:



Poi abbiamo trovato una specie di Brek newyorkese con primi e secondi di cui potersi servire, isole di verdure e insalate da potersi comporre e tutto il resto. Ci siamo fermati a mangiare lì, in cassa pesavano il piatto e pagavi a seconda di quanto cibo avessi preso. Posto super perché ho potuto scegliere tra cose mediamente sane e genuine anche per Matilde, la quale si è scassata un piatto di orecchiette con salsiccia e broccoli. Cuore di mamma ❤
Poi ci siamo diretti a Central Park e invece di cercare la panchina del film C’è Posta per te con Meg Ryan e Tom Hanks, la statua di Balto, la statua di Alice in Wonderland o non so cos’altro siamo andati allo zoo perché Matildina meritava tempo felice e mi sono accontentata di questa entrata.

Lo Zoo in sé faceva schifo, 22 dollari a testa buttati, ma Matilde è rimasta ad indicare i tre orsi bruni presenti con grande entusiasmo!
Per concludere la giornata avevo prenotato una cena con vista al One Dine. Nonostante mi siano stati consigliati altri due posti, ho scelto quello perché mi garantiva un tavolo vicino alla finestra, un menu di tre portate e la visita all’osservatorio. In altri ristoranti potevo prenotare un tavolo, ma sarebbe stato vicino alla finestra o ci saremmo trovati in mezzo alla sala come in un posto qualunque? In più nel nostro menu c’erano 2 drink compresi – anche se sono astemia da 26 settimane – e l’osservatorio One World Center.
Dopo la lunghissima ricerca dell’uscita dal Trade Center ed entrata nella metro per il ritorno “a casa” della Grande Mela siamo andati a letto stanchi come asini.
Il giorno dopo, il sole era di nuovo alto e noi con lui pronti a una giornata di tour a cielo aperto con inizio a Chelsea Market dove purtroppo prima delle 10 del mattino non c’è quasi niente di aperto. Poi, Soho, Little Italy e pranzo a Chinatown dove Matilde ha dimostrato grande abilità nel mangiarsi ravioli e riso alla cantonese da sola.


Dopo una breve pausa ristoratrice siamo corsi al Convento di Harlem per la Messa Gospel. Sì tra le cose meno autentiche e più turistiche che abbiamo fatto, ma il ritmo e l’alleluja sono stati inarrestabili.
Usciti da lì Manu ha incontrato anche un suo amico, ci siamo persi in quelle chiacchiere da bar per cui “il mondo è davvero piccolo”, “incredibile anche tu qui”, “lei è la tua bimba pazzesco” e io immobile e sorridente come una geisha non vedevo l’ora di chiedere “chi è????”. Alla fine mi ha confessato che non ne aveva idea “forse uno di calcio?!” Un applauso per la recita ma ripensandoci ho iniziato ad alimentare i miei sospetti sulle sue capacità di mentire. Vi farò sapere. come procederà.
Il terzo giorno, aggrappati agli ultimi raggi di sole che ancora ci rimanevano siamo partiti alla volta della statua della libertà e di Ellis Island con tanto di visita al museo dell’immigrazione che descriverò così: organizzatissimo ed interessante.
Il Museo aveva le testimonianze, le valigie ritrovate, i certificati di cittadinanza, le fotografie delle scuole che si occupavano dell’inserimento degli immigrati. Posso dire, mi è piaciuto!
Al ritorno dall’isolotto, già che eravamo lì ne abbiamo approfittato per fare il Financial District e il Ponte di Brooklyn.


Peccato che il meteo a favore ci aveva abbandonato e quindi dopo metà ponte, con la stessa sensazione di percorrere Manhattan durante il film The Day After Tommorow, graffiati dalla pioggia e dal vento siamo tornati indietro e preso l’Uber della salvezza.
Già stufi della pioggia e del freddo che avevano invaso New York il quarto giorno ci siamo rintanati nei luoghi chiusi dopo un brevissimo passaggio da Magnolia Bakery “vuoi non provare un cupcake di quelli decantati in tutte le serie adolescenziali?”, poi Rockfeller Center, dove l’unico negozio interessante è quello di giocattoli. Peccato che Matilde sia così piccola, sarebbe stata molto più contenta altrimenti. Giro a Grand Central Terminal. Le mie stories sono state capite e di questo ne vado fiera (XOXO).
Infine anche se il tempo non era dei migliori siamo saliti al The Summit, tanto la vista ce l’avevamo presente, ci mancava la parte “dinamica” che mi è costata diverse parolacce a causa della mia paura del vuoto, dell’altezza, delle vertigini e di avere solo stanze con vetri e specchi sotto ai piedi.
Il momento migliore? 30 secondi di “lievitation” una piattaforma di vetro trasparente (reference ascensore della fabbrica di cioccolato) alto 101 piani sul quale farsi una foto, io paralizzata.

Ma poi la giornata si è conclusa con i piedi ben piantati per terra e un pizzico di sapore davvero newyorkese al Madison Square Garden per il match di basket NBA New York Kneex vs Cleveland Cavalier. Io ignara di ogni regola del gioco sono stata attratta solo dall’altezza dei giocatori, potenziali nuovi record del Guinness dei Primati e soprattutto scapoli alla ricerca di Vatusse.
L’ultimo giorno è trascorso in amarezza tra freddo, vento e pioggia. Per fortuna che ci sono state le schiarite ad accompagnarci in aeroporto, anche perché io ero già in ansia sul tema “turbolenza con tutto questo vento” e Manu, credendosi simpatico dopo tutti questi anni, ha iniziato con quelle battute spicce sulle possibilità di caduta dell’aereo. Invece tutto bene. Ecco. Ho finito.
Resta il grande rammarico di non aver visto Brooklyn o Dunbo e di non aver comprato alcun Gadget, neanche la felpa con la scritta New York. Facciamo che il prossimo che va a New York me la prende. Ho la S. Forse mi andrà meglio quando non avrò più la pancia e la faccia meno stanca.









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