Mancano due settimane al parto. Sempre se non decide di sorprendere tutti con un’entrata teatrale prima del previsto – confesso di non sapere cosa sperare dal momento che poi saranno due le bambine a cui badare, pari al numero dei miei occhi, delle mie orecchie, delle mie braccia, mani e gambe.

Due settimane. Quattordici giorni. Più o meno 336 ore per prendere una decisione fondamentale, definitiva e probabilmente irripetibile: con quale nome presentarla?
Per qualcuno, scegliere un nome è un gioco da ragazzi: basta un libro di nomi, una lista su Google, un parente stretto a cui fare onore. Per me, no. Io che ho fatto delle parole la mia professione, che le seziono, le peso, le accarezzo e talvolta le rifuggo.

Io che porto un nome singolare (in tutti i sensi), posso chiamarla Giulia*? Bello, ma… quante ne hai conosciute oggi? Dieci? Dodici?
C’è chi dice che un nome è solo un nome, ma io non ci credo. Un nome è una prima impressione, una poesia in miniatura, una promessa o almeno un’intenzione. E allora no, non può essere una scelta banale.
Mi aggiro per casa con il telefono fisso in Note, scrivo bigliettini per vedere l’effetto che mi fa leggerlo su carta. Mi sveglio di notte con nomi che sembrano geniali fino alle 8 del mattino, quando si rivelano nomi da prodotto cosmetico o di show girl. O peggio, perché dopo aver consultato la lista dei nomi dei figli di Elon Musk, ho pensato addirittura di comporlo utilizzando il mio nome e quello di Manu: creare una sintesi perfetta di unione per poi arrivare a Manola e abbandonare l’insulsa idea di sintesi.
E poi, la vera domanda: a chi spetta l’ultima parola?
A me, che l’ho portata in grembo per PIÙ di nove mesi e che sto per affrontare l’equivalente fisico e psicologico di una maratona in salita con tempesta in corso?

O a lui, Manu, che al termine del primo parto (quello vero, con urla, sudore e sospiri), ha avuto il coraggio – o forse l’incoscienza – di dirmi: “È stato faticoso anche per me stare in piedi tutte quelle ore”?

Ma torniamo al nome. La tentazione è di scegliere qualcosa che lasci il segno, che dica “questa è mia figlia, e no, non è come le altre”. Ma bisogna anche pensare a lei, a chi sarà, a come si sentirà portando questo nome sulle spalle. Il giusto equilibrio tra originalità e grazia. Tra unicità e possibilità di essere pronunciato correttamente da una maestra dell’asilo evitando l’aggiunta del cognome per distinguerla da un’altra della classe.
E quindi, come si fa a scegliere il nome giusto?
Alcuni pensano che un nome si rivela quando si incontra chi lo deve portare. Poetico vero, ma i neonati sono tutti uguali e io non sarò abbastanza lucida per fare una scelta simile. In ogni caso, prometto che non si chiamerà Manola. Quasi sicuramente.







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