Venerdì Santo ore 22 circa.
“Secondo me Fiammetta respira male, che facciamo?”
M: “Certo è raffreddata, che vuoi fare?”
N: “Andare al Regina Margherita!”
Preparo un cambio, un paio di pannolini perché nell’attesa non si sa mai. Biberon. Carica batteria del telefono. Prendo Fiammetta dal lettino e il più piano possibile esco di casa, ascensore, macchina e tutto. E mi sento la protagonista di Maid.
Nota: Trovare l’entrata del pronto soccorso pediatrico…
Mi sono affidata a un nonno “giovanile” che in prima battuta avevo paura mi venisse incontro per darmi una botta in testa e rubarmi la borsa, invece si è mostrato gentile spiegandomi la strada.
Trovo l’entrata, trovo il parcheggio. Scarico passeggino, bimba, borsa cambio e vado. Non so se ci avete mai fatto caso ma nei pressi di queste strutture, quando incroci lo sguardo di chi sta fuori a fumare – e ce ne sono tanti – ti guardano sempre con un mix di compassione e ammirazione. Comunque entro per l’accettazione. Visita a Fiammetta e veniamo registrate con un codice ARANCIONE, febbre a 39.1, fatica a respirare, satura poco.

“Signora lei è la prossima”.
Visita Fiammetta, il medico sereno come la sua Pasqua che sta per arrivare.
“Fiammetta ha una bronchite ostruttiva. Le facciamo 3 areosol ravvicinati e vediamo se dovete andare in osservazione per la notte”.
Di questi 3 areosol il primo è stato fatto piangendo istericamente come se la stessi scuoiando. Il secondo è iniziato piangendo e finito con la rassegnazione. Il terzo è iniziato con una fastidiosa lamentela ma appena si presentava qualcuno nella stanza si tacciava. Si rivaluta. Aveva bisogno di ossigeno, niente osservazione passiamo direttamente a due notti di ricovero che diventano tre, quattro, cinque e sei…

E scrivo dalla nostra nuova camera alle ore 22 che sembrano le 2 di notte perché la luce si spegne molto presto. E io sono stufa. Di stare qui, di questo odore rancido, di non avere le mie cose, di condividere un bagno, di non avere un letto, di infermieri che vengono a mezzanotte con una mascherina per l’areosol come se li stessi aspettando. Ma la frase è sempre la stessa tutte le mattine quando passano i medici “se bisogna restare ci mancherebbe” con un tono che non riesce minimamente a mascherare la mia di rassegnazione.
Ci sono voluti 30 areosol, 2 notti di ossigeno, 5 dosi di cortisone prima di vedere la luce. Di quelle che ti fanno giusto riposare gli occhi, a parole è una luce che si traduce con
“Sta meglio.” Un’espressione minuscola che in ospedale diventa gigantesca.
Nel frattempo ho imparato a riconoscere il suono del saturimetro anche nel ‘sonno’.
Ho imparato che l’areosol alle 2 di notte è una punizione, non solo perché è nel cuore della notte ma perché dopo ti aspetta almeno un’ora di tosse e una buona mezz’ora per sperare che la saturazione non si abbassi di nuovo. Ho migliorato la tecnica per mangiare con una mano sola, mentre con l’altra tenevo una bimba attaccata ai fili.
Ho imparato a non guardare troppo le altre stanze, perché ogni storia era più pesante della mia. E poi ci sono state le piccole cose.
La prima risata dopo giorni.
La prima pappa finita.
Il primo pisolino senza tosse.
Il primo “se continua così magari domani…”. Domani. Un’altra parola che pesava tantissimo.
Nel frattempo il mondo fuori continuava. Pasqua. Poi Pasquetta.
Poi martedì, mercoledì che era anche il mio compleanno, poi giovedì.
Le persone hanno fatto gite, mangiato colombe, si sono mandate foto di grigliate. E io, peggio di Emily Dickinson, guardavo fuori dalla finestra quando arrivava l’elisoccorso e aspettavo la notte. La parte peggiore. Infinita.
I bip delle macchine che diventavano più forti. La paura che le macchine segnalassero 88 di saturazione e che qualche infermiere entrasse in stanza per rimettere l’ossigeno a mia figlia.
Controllavo il suo respiro anche quando dormiva. Misuravo la frequenza di questo respiro con le dita incrociate.
Poi c’era la luce del telefono che illuminava la stanza mentre scrivevo messaggi a chi mi chiedeva “come va?”
Come va.
Va che sono stanca.
Va che ho gli stessi vestiti da giorni.
Va che non vedo l’ora di tornare a casa ma allo stesso tempo ho bisogno di restare. Perché qui, nonostante tutto, Fiammetta è al sicuro.

Poi un giorno arriva davvero. “Se continua così, domani andate a casa.” Ma io in questi giorni ho imparato a non esultare troppo. A non crederci subito. A non dirlo. Ma dentro, piano piano, la luce torna davvero.

E allora ho iniziato a guardare la stanza in modo diverso. Il letto scomodo. La sedia che mi ha distrutto la schiena. Il bagno condiviso. Quell’odore rancido. Presto tutto questo resterà qui mentre io tornerò a casa, con una bimba che respira meglio e con quella stanchezza addosso che non andrà via subito.
Sono tornata a casa, scrivo da qui questo ultimo pezzo, con una gratitudine silenziosa per chi ha acceso e spento macchine, portato areosol alle due di notte, sorriso anche quando la mia faccia diceva “e tu che cazzo vuoi adesso?”. E ho capito che sì ero stufa ma non avevo scelta.







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