Quando ho iniziato a guardare Bridgerton qualche anno fa, mi interessavano più o meno le stesse cose che interessavano a tutti: la fatica di indossare quegli abiti – infatti c’è del personale di aiuto per questo, come se indossassero abiti da sposa tutti i giorni – , di come potevano puzzare in estate, la bellezza delle coreografie che tutti sapevano ai balli, le storie d’amore, il gossip aristocratico.
Adesso che ho due figlie, guardo la stessa serie con un livello di analisi completamente diverso. Molto meno romantico. Molto più logistico.
Per esempio: come è possibile partorire otto figli in casa senza infezioni?

Otto parti senza epidurale
La madre Bridgerton – Violet – partorisce tutti i suoi figli in casa ovviamente. Otto. Ogni volta che lo penso mi fermo un attimo a fare un conto mentale che non porta mai a niente di rassicurante. Otto gravidanze, non so con quale attenzione alla toxoplasmosi. Otto parti. Zero epidurali. E non perché fosse una scelta consapevole in stile parto naturale, mindfulness e playlist rilassante. Semplicemente non esisteva.
Io l’epidurale non l’ho fatta per la seconda figlia. Eccovi il link di spiegazione.
Non per convinzione ideologica ma perché non sono arrivata in tempo. Quindi ho un’idea piuttosto chiara del tipo di esperienza.
Nella serie, nell’episodio in cui nasce l’ottava figlia, la scena è quasi sorprendente per la sua semplicità: Violet si accovaccia e la bambina nasce. Ma in effetti l’ottava avrà avuto la strada ampiamente battuta. Uno scivolo diretto verso la luce.
Un’altra riflessione spetta al nome che portano ognuno di questi figli, io che ci ho tenuto particolarmente mi sono resa conto che esistono metodi molto più semplici rispetto a crogiolarsi nel dubbio. Prendi la prima lettera dell’alfabeto e vai di conseguenza: si inizia con Anthony si finisce con Hyacinth. Oggi in Italia ci chiameremmo tutti con la A, pochi con la B.
Poi ci sono le cose pratiche

Guardando la quarta stagione (o meglio, arrivando a certi episodi) mi sono accorta che ormai guardo Bridgerton con lo stesso sguardo con cui si osserva una casa altrui quando si hanno bambini piccoli. Uno sguardo investigativo.
Per esempio.
Mi sembra nella quarta puntata compare Edmund, il primo erede dei Bridgerton.
Primogenito del primogenito.
La discendenza è salva.
Bellissimo bambino attore, tra l’altro.
Madre indiana nella serie, ma lui è probabilmente il bambino più ariano di tutto il cast. Ma il mio cervello non si è fermato lì. Bimbo di qualche mese, fa la sua prima comparsa con un vestito con la gonna – potrebbe essere comodo – e poi ho pensato: ok, ma i pannolini?
Perché se oggi ho una leggera ansia all’idea dello spannolinamento a maggio — e continuo a dire a mia madre che non comprerò il vasino perché non ho nessuna intenzione di raccogliere la cacca da una ciotola di plastica — mi chiedo seriamente:
come funzionava nel 1815? Dove la facevano questi bambini? Chi se ne occupava?
La risposta ovviamente è semplice: domestici.
Il tema più serio: madri e figlie
Poi però Bridgerton fa una cosa interessante: sotto lo zucchero dei balli e delle dichiarazioni romantiche, infiltra momenti emotivi molto più profondi.
Nell’ultima stagione una delle figlie perde il marito. Muore per un mal di testa. Una morte improvvisa, quasi brutale nella sua casualità. E lì succede qualcosa che mi ha fatto fermare davvero. La madre – Violet – cerca di consolare la figlia, che è devastata.
Ma la figlia le lancia una frase durissima. Le dice, in sostanza, che lei è stata più fortunata. Perché quando il marito di Violet è morto, lei era incinta dell’ottava figlia.
Aveva già sette figli.
Aveva qualcosa che restava di quell’uomo. La figlia invece no. Il matrimonio non aveva ancora prodotto figli. E quindi — dice — non le è rimasto nulla.
I figli sono davvero una parte così importante della coppia?
Quella scena mi ha fatto pensare.
I figli sono davvero una parte della coppia? Sono una forma di continuità dell’amore? O sono qualcosa di completamente diverso che nasce dalla coppia ma non la sostituisce?
Non ho una risposta. Ma capisco il senso di quella frase. Perché i figli sono molte cose insieme: sono persone autonome, certo ma sono anche tracce della storia che hai vissuto. Piccoli archivi viventi.
Come si consola una figlia?
Un’altra cosa che mi ha colpito è la posizione della madre. Violet sa cosa significa perdere un marito. Sa cosa significa crescere figli senza quella persona. Eppure non riesce davvero a trovare le parole giuste. Ed è lì che Bridgerton diventa sorprendentemente realistico:
anche le madri non sanno sempre cosa dire.
A volte possono solo stare lì. Essere presenti.

Il lavoro invisibile delle madri
Guardando Violet Bridgerton adesso, quello che mi colpisce di più non sono i balli organizzati o i matrimoni combinati. Altra fatica ma è il lavoro invisibile che fa continuamente.
Consigliare.
Ascoltare.
Mediare.
Rispondere a domande difficili.
Anche quando non ha la minima certezza che le sue risposte siano quelle giuste.
Un carico mentale che ho iniziato a capire quando è nata Matilde. Ricordo perfettamente i primi mesi con lei: il mio unico obiettivo era tenerla in vita fino al giorno successivo. Non avevo mai avuto a che fare con un bambino. E all’improvviso mi trovavo responsabile di un essere umano che respirava, mangiava, piangeva e dipendeva completamente da me.
È un apprendistato molto rapido. E molto permanente.
Bridgerton visto da madre
Continuo a guardarlo Bridgerton. Mi piacciono ancora i giardini inglesi, le storie romantiche, gli abiti no ma neanche prima per la storia del pesante e del puzzare.
Ma adesso guardo la serie con un filtro diverso.
Il filtro che ti fa pensare:
- al dolore del parto
- ai pannolini nel 1815
- al rapporto madre-figlia
- alla fatica silenziosa di crescere qualcuno
E alla fine ti fa arrivare sempre alla stessa conclusione. Le madri di Bridgerton organizzano debutti in società. Io organizzo merenda, cena, bagno, nanna, negoziamo sul libro da leggere ma – se posso – il lavoro emotivo, in fondo, è lo stesso.







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