“Io sto bene, sono senza ansia e nulla potrà cambiarmi”
Questo il mantra che mi sono ripetuta mattino e sera in questi ultimi giorni passati da sola con le mie figlie. Il padre? A vedere i mondiali in California.
Ma che problema c’è? Tanto ci sono io.
Ecco il tema, argomento trito e ritrito, lo so: la differenza tra me (madre) e te (padre), nonostante la genitorialità (medesima). Alla fine sono arrivata alla conclusione, forse banale, che la differenza con cui prendiamo determinate decisioni avvenga dovendo assecondare la razza alla quale apparteniamo, il genere. Non giustifico attenzione, tento di comprendere il sesso maschile perché la differenza di genere secondo me esiste. Perché nessuno mi ha mai vietato da due anni e mezzo a questa parte di prendere un volo o di organizzare un qualsiasi viaggio per i fatti miei ma io, questa libertà, non riesco o non me la voglio prendere adesso. Questo è ancora da decidere.
Di questo viaggio in California se ne parlava già da anni, prima che Fiammetta nascesse anche se io non ci avevo mai pensato mentre se ne parlava. Poi, tutto a un tratto mi è stato consegnato il programma del viaggio – bel pensiero – con date, orari, voli, ore di fuso orario, nome degli hotel fino all’ultimo giorno. È lì che l’ho maledetto. Quando mi sono resa conto che io una cosa del genere non gliel’avrei mai fatta. Perché entrambi sapevamo che le bambine non avrebbero patito dieci giorni senza il padre o la madre (quest’ultima è una bugia ma volevo essere politicamente corretta) ma in questo caso chi avrebbe patito sarei stata io perché non mi sarei potuta dividere l’impegno. Così, tra un senso di colpa e un dito medio, siamo rimaste sole…

Le mie preoccupazioni erano due:
- che Fiammetta si ammalasse perché fino ad oggi vince il premio fra le due di quella che se le prende tutte, dalla bronchite alla mani bocca piedi, muco, catarro, tosse. Finora ha comportato sia lo stare a casa dall’asilo sia il venire ricoverata in ospedale – metto qui per ricordare – ovviamente in entrambi i casi avrebbe generato difficoltà organizzative e ulteriori sforzi.
- l’addormentamento perché finora eravamo abituati che ne addormentavamo una a testa. Come farò con entrambe contemporaneamente?

Come sono sopravvissuta?
Quando lo raccontavo, tutti avevano la stessa espressione. Quella tra la compassione e l’ammirazione.
“Oddio… da sola?”
Sì. Da sola. Anzi no. Con due piccole coinquiline molto esigenti che pretendono pasti diversi a seconda del minutaggio nel quale chiedi “Cosa ti piacerebbe mangiare?”, attenzioni contemporaneamente e che, per caso, hanno bisogno della mamma esattamente nello stesso istante.
Eppure è andata bene. Molto meglio di quanto pensassi. La logistica era quella di una piccola operazione militare. Orari diversi da far combaciare per sopravvivenza, due caratteri completamente opposti. Una che vuole fare tutto da sola. L’altra che vuole stare sempre in braccio. Però non è stato il delirio che avevo immaginato ma incredibilmente bello, perché mentre ero impegnata a far quadrare tutto, succedevano cose.
Fiammetta ha deciso che era arrivato il momento di camminare davvero. Quei passi incerti sono diventati ogni giorno un po’ più sicuri e abbiamo aggiunto un nuovo accessorio nell’armadio, le scarpe. E poi ha scoperto il rituale delle storie della buonanotte, che venivano ascoltate con quegli occhi enormi che sembrano assorbire ogni parola.


Matilde, invece, ha fatto pace con una piccola rivoluzione personale. Ha salutato il biberon e ha deciso che una borraccia con gli unicorni era decisamente più da grandi. Ma soprattutto ha iniziato a condividere.
Per chi ha un figlio unico che diventa fratello o sorella sa che condividere non significa soltanto prestare un gioco, una cosa già davvero seria. Ancor di più significa condividere la mamma. Il tempo. Le coccole. Le attenzioni. E in questi dieci giorni ha fatto un salto enorme. Ha iniziato a lasciare spazio a sua sorella in modo naturale, senza viverlo come una sottrazione. È una conquista silenziosa, che probabilmente noteremo davvero solo tra qualche anno.



La parte più interessante, però, non riguarda l’organizzazione.
Riguarda un’altra domanda che mi sono fatta spesso.
Io sarei partita?
La risposta è stata immediata. No.
Attenzione – di nuovo – non è una critica, alla fine è andato tutto bene, si è fatto la sua esperienza come voleva e io adesso ogni volta che voglio organizzarmi un aperitivo tiro fuori la carta vincente del “io sono stata dieci giorni da sola con le bimbe, ora tocca a te!”
Il punto è un altro.
Io non mi sarei sentita libera. E allora mi sono chiesta se questa differenza sia naturale oppure costruita.
I padri, molto spesso, partono.
Le madri manca poco che chiedano il permesso per fare qualcosa.
I padri raccontano il viaggio.
Le madri organizzano tutto prima di partire. Preparano i cambi, scrivono le routine, lasciano il frigorifero pieno, spiegano dove sono i farmaci, gli asciugamani, i pigiami, le creme, le scarpe giuste. E poi, mentre sono via, telefonano. Non per sapere come stanno. Per controllare se manca qualcosa.
È una differenza sottile. Riguarda il peso della responsabilità.
Quel peso invisibile che noi madri ci portiamo sulle spalle quasi senza accorgercene. Un carico mentale che sembra non possa andare in vacanza.
Gli uomini, in questo, hanno una libertà diversa.
Forse hanno imparato prima di noi che essere un buon genitore non significa esserci ogni secondo. Forse dovremmo concederci più leggerezza. Forse dovremmo smettere di pensare che il mondo crolli ogni volta che ci allontaniamo. Perché la verità è che non crolla.
Questi dieci giorni, alla fine, mi hanno insegnato una cosa semplice.
I bambini crescono anche mentre noi siamo impegnati a “sopravvivere”. Anzi, forse crescono proprio in quei giorni lì. Quando non tutto è perfetto. Quando la cena è improvvisata. Quando il bagnetto dura cinque minuti invece di venti. Quando la storia della buonanotte viene letta con gli occhi che si chiudono prima dei loro.

Nel frattempo una ha imparato a camminare. L’altra ha imparato a condividere. E io ho imparato che sono molto più capace di quanto pensassi.
Ma ho scoperto anche un’altra cosa: essere forti non dovrebbe essere un requisito richiesto alle madri. Dovrebbe essere una possibilità. Non un obbligo.
E forse il vero traguardo non sarà quando riuscirò a gestire dieci giorni da sola con due figlie piccole. Sarà quando, se un giorno avrò voglia di partire anch’io, salirò su quell’aereo senza sentirmi una madre a metà.
Perché i figli hanno bisogno sicuramente di genitori presenti e non di madri che faticano a ricordarsi chi erano.







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