Ci sono persone che tornano da Siviglia raccontando dell’Alcázar, della vista dalla Setas de Sevilla al tramonto, del flamenco ballato davanti ai portici di Plaza de España e delle tapas buonissime mangiate a pranzo e cena.






Io torno da Siviglia avendo vissuto un’altra avventura sicuramente meno cosy ma questo forse non fa notizia se c’è un articolo di mezzo, o semplicemente io.
Tento di andare con ordine.
Siviglia, nuova meta per tutti i protagonisti del racconto: io, lui e le bimbe.
Siamo partiti da Caselle per l’occasione – qualcosa che cerchiamo far capitare più spesso da quando muoversi presuppone una quantità di bagagli che supera il numero delle braccia a disposizione per spostarli. Ricordo che il volo era tardi (il concetto di tardi per me oggi coincide con le ore 21 più o meno).

Prima di sedermi in aereo avevo la stessa faccia di una che stava per affrontare il secondo volo dopo una coincidenza andata male. Spero quasi che abbiate presente cosa vuol dire – non è questo il tema del post – ma sono convinta che passare tanto tempo sospesi, in attesa che il tempo passi per mettersi in azione, andare al gate, riprendere in mano le valigie nello stesso ordine con cui siamo riusciti ad arrivare fino a quelle poltrone saldate l’una all’altra, avendo la speranza e l’accortezza di poterne lasciare una libera da divisore, invecchi.
Saliti in aereo, trovo i nostri posti e casualmente una persona che conosco seduta in mezzo. Pro e contro anche qui, facile da immaginare. Io che avevo gli stessi colori delle ragazze travestite da zombie ad Halloween al cospetto di una persona che non vedevo da anni. Io, sempre la stessa che aveva il compito di chiedere a chiunque ci sarebbe stato se fosse disponibile a spostarsi per lasciarci la fila. Saluto ma metto le mani avanti al suo come stai: “Un po’ devastata ma ok, e tu che ci fai qui?????”
Persona gentile da accettare il suo nuovo posto, molto interessante, scopro in questa occasione che è fidanzato con una ragazza dell’Andalucia e per questo gli capita di partire tutti i mesi. Mi faccio consigliare posti, raccontare esperienze e finalmente atterriamo.
Vi risparmio il tragitto fino all’appartamento, vi basti sapere che era in pieno centro Calle Francos, 13. Lo scrivo così non ci andate.
Prenotato con booking, avevamo chiesto la disponibilità di una seconda culla extra. Richiesta accolta, mail che lo provavano, avevamo un codice per il self check-in, cose moderne perché era passata la mezzanotte. Entriamo nel buio.
Una volta capito dove accendere le luci vediamo che di culla non ce n’era manco una, entro in bagno e vedo le blatte fuggire in una crepa tra lo stipite della porta e il pavimento.
Omioddio!
Faccio un respiro e sento l’odore di fogna salire verso le mie narici. Richiudo il bagno come se fosse un portale per un’altra dimensione oscura e capisco come passare la notte.
Fiammetta in mezzo a noi, Matilde sul divano letto.
Come ci svegliamo la mattina non perdiamo tempo a contattare il numero su whatsapp per lamentarci dei posti letto e della pulizia. In salone la blatta che abbiamo visto non è fuggita perché era già morta.
Nessuna risposta.
Contattiamo booking e dopo 20 minuti ci hanno suonato alla porta.
Qualche ora dopo avevamo una culla per Fiammetta e uno spray contro le blatte. Soddisfatti? Non completamente, ma c’era stato un margine di miglioramento.
31 maggio, scopriamo la caratteristica principale di Siviglia: il caldo.
No, caldo non rende l’idea.
Parliamo di quel caldo che ti fa chiedere se qualcuno abbia accidentalmente avvicinato la città al sole durante la notte.
Le nostre giornate iniziavano prestissimo. Sveglia praticamente all’alba, colazione e via a visitare la città prima che le temperature diventassero incompatibili con la vita umana.
Verso mezzogiorno il programma era sempre lo stesso: fuga strategica verso l’appartamento, condizionatori accesi a temperature da centro commerciale, pappa e a dormire.

La cosa più affascinante di Siviglia, però, è che mentre stai morendo di caldo puoi tranquillamente imbatterti in cavalli che passeggiano per le strade della città trainando carrozze. Quartieri ebraici, birrerie sorte all’interno di vecchi monasteri. Persone elegantissime.
Siviglia ha questo modo tutto suo di farti sentire contemporaneamente nel 2026 e in un film ambientato nei primi del ‘900.

E poi c’è stata la corrida. Noi che da bravi turisti volevamo immergerci nelle tradizioni locali abbiamo pensato che fosse un’esperienza da fare una volta nella vita. Ma seduti sugli spalti, ci siamo resi conto che quella volta nella vita sarebbe durata meno del previsto. Siamo scappati dopo poco.

Non so dirvi esattamente quanto tempo siamo rimasti perché ero troppo impegnata a pensare che nel 2026 ci fossero ancora delle persone che pagano un biglietto per vedere un toro morire. Ci sarebbe bisogno di un vero approfondimento a riguardo, perché quella sera, una volta a letto, mi sono voluta informare su quale “inghippo” fosse stato trovato per non rendere l’evento illegale. Se volete saperlo è stato inserito nella categoria “patrimonio culturale spagnolo” facendolo passare come spettacolo di cultura tradizionale e per questo lecito. Intanto nella maggior parte dei paesi sudamericani è stata abolita come pratica, mentre in Portogallo resa non violenta evitando l’uccisione del toro.
Diciamo che il nostro contributo alla tradizione spagnola è stato economico purtroppo, ma non morale.
Il momento clou del viaggio, però, arriva quando decido di fare una cosa semplicissima che faccio abitualmente: pulire le orecchie di Fiammetta.
Una di quelle attività che svolgi con la stessa tranquillità con cui ti lavi i denti. Anche se si dimena per evitarlo. Tranquillità che si interrompe quando vedo del sangue uscire dal suo orecchio.
Ora, io non so spiegare cosa succeda nel cervello di una madre in quei trenta secondi che separano la vista del sangue dal convincersi di aver causato un danno permanente al proprio figlio.
Posso però dirvi che in quei trenta secondi io avevo già immaginato Fiammetta con un impianto cocleare raccontare al proprio terapeuta che la sua sordità era stata causata da sua madre, troppo zelante con lo spray per la pulizia delle orecchie.
Io divorata dai sensi di colpa.
Manu è andato al pronto soccorso con lei mentre io sono rimasta con l’altra figlia.
Ho pianto. Ho cercato online ogni possibile conseguenza. Mi sono convinta che non me lo sarei mai perdonato per tutta la vita.
Alla fine aveva semplicemente un piccolo graffio in superficie.
In pratica, la persona che è uscita più traumatizzata da quella visita al pronto soccorso sono stata io. E Manu ovviamente, convinto di essersi preso la congiuntivite durante l’attesa in ospedale.
Tra le cose che invece ricorderò con enorme piacere c’è un ristorante meraviglioso che nasconde dietro una porta un piccolo angolo di Parigi. Uno di quei posti che ti fanno sentire improvvisamente in un’altra città senza esserti mosso di un metro.



È una sensazione che Siviglia regala spesso: ti sorprende continuamente quando credi di aver capito che tipo di città sia.
Alla fine, quando qualcuno mi chiede com’è stata Siviglia, faccio fatica a rispondere.
È stata calda. Caldissima.
È stata faticosa.
È stata una città di sveglie all’alba, pisolini pomeridiani, condizionatori accesi e gelati mangiati per sopravvivere.
È stata una blatta che ci ha dato il benvenuto, una corrida dalla quale siamo fuggiti e un piccolo graffio all’orecchio che per qualche ora mi ha fatto credere di essere la peggior madre del mondo.
Ma soprattutto è stata un’avventura.
Perché viaggiare con due bambine piccole non è mai una vacanza nel senso classico del termine. È un concentrato di imprevisti, emozioni amplificate e ricordi che nessuno ti toglierà più.

E forse è proprio questo il bello.
Che tra vent’anni nessuno si ricorderà dei gradi percepiti a mezzogiorno o di quante ore abbiamo tenuto acceso il condizionatore. Ma ci ricorderemo tutti della blatta di Siviglia.








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